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Poesie Leopardi



Il conte Giacomo Leopardi è stato un poeta, un filosofo, uno scrittore, un filologo e un glottologo italiano, nato a  Recanati il 29 giugno 1798, e morto a Napoli, 14 giugno 1837.

La sua intera carriera lo ha posto fra i maggior poeti dell’Ottocento italiano e le figure più importanti della letteratura mondiale, ma anche del romanticismo letterario. Grazie alla sua ispirazione sensista e materialista divenne un filosofo di notevole attribuzione. Successivamente la sua stessa filosofia venne paragonata a quella di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e Kafka.

L’intero panorama delle sue opere e la sua affluente cultura ha posto Leopardi al centro del panorama europeo e internazionale.

Dapprima un accanito sostenitore del classicismo approdò al romanticismo attraverso le opere letterarie poetiche di Byron, Shelley, Chateaubriand e Foscolo.

Leopardi non volle mai definirisi un romantico e attinse le sue opinoni materialiste dall’Illuminismo, per mezzo di autori come barone d’Holbach, Pietro Verri e Condillac. L’autore accostò alle opere anche il suo personale pessimismo, frutto di una patologia dal quale era afflitto.

Tra il 1815 e il 1816 Leopardi fu colpito infatti da alcuni gravi problemi fisici di natura reumatica e dai conseguenti disagi psicologici, attribuiti da lui stesso ad una presunta scoliosi. Il decorso della malattia esordì con affezione polmonare e febbre e si aggravò in seguito sfociando in una deviazione della spina dorsale e conseguente gobba. Alcuni studiosi attribuirono il suo stato alla malattia di Pott (una forma di tubercolosi ossea o spondilite tubercolare) per la quale lo stesso autore credette di morire più volte durante il corso della sua degenza.

Leopardi morì improvvisamente all’età di soli 39 anni, dopo un malore, al termine di un pranzo a base di cannellini. Curiosamente l’autore amava definire pranzo un orario pomeridiano che si aggirava intorno alle 17.

Le sue spoglie furono salvate dalla fossa comune, dove sarebbero dovute finire a causa della malattia di cui soffriva, ma vennero inumate nella cripta e poi nell’atrio della chiesa di Chiesa di San Vitale Martire, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta, benedette da Pietro Giordani.

Nonostante i numerosi dubbi sulla sua sepoltura alla fine venne stabilito che i resti del Leopardi si trovassero veramente all’interno di quella cripta. Nel 1939, per volontà di Benito Mussolini, la sua sepoltura venne riesumata e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta, nel quartiere Margellina, dichiarato monumento nazionale. La posizione della famiglia di Leopardi rimase tuttavia incentrata sui resti non appartenenti a Leopardi ritrovati nel parco Vergiliano.

 

POESIE PIU’ FAMOSE DI GIACOMO LEOPARDI

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Passata è la tempesta:

Odo augelli far festa, e la gallina,

Tornata in su la via,

Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna;

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

Risorge il romorio

Torna il lavoro usato.

L’artigiano a mirar l’umido cielo,

Con l’opra in man, cantando,

Fassi in su l’uscio; a prova

Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

Della novella piova;

E l’erbaiuol rinnova

Di sentiero in sentiero

Il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia:

E, dalla via corrente, odi lontano

Tintinnio di sonagli; il carro stride

Del passegger che il suo cammin ripiglia.

 

 Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

Quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

L’uomo a’ suoi studi intende?

O torna all’opre? o cosa nova imprende?

Quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

Gioia vana, ch’è frutto

Del passato timore, onde si scosse

E paventò la morte

Chi la vita abborria;

Onde in lungo tormento,

Fredde, tacite, smorte,

Sudàr le genti e palpitàr, vedendo

Mossi alle nostre offese

Folgori, nembi e vento.

 

 O natura cortese,

Son questi i doni tuoi,

Questi i diletti sono

Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

E’ diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

Che per mostro e miracolo talvolta

Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

Prole cara agli eterni! assai felice

Se respirar ti lice

D’alcun dolor: beata

Se te d’ogni dolor morte risana.

 

A SE STESSO

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

In noi di cari inganni,

Non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

L’ultima volta. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera,

E l’infinita vanità del tutto.

 

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

 

 Sonavan le quiete

stanze, e le vie d’intorno,

al tuo perpetuo canto,

allor che all’opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

così menare il giorno.

 

 Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno.

 

 Che pensieri soavi,

che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

 

 Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d’amore.

 

Anche perìa fra poco

la speranza mia dolce: agli anni miei

anche negaro i fati

la giovinezza. Ahi come,

come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,

mia lacrimata speme!

 

Questo è il mondo? questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

onde cotanto ragionammo insieme?

questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti: e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

 

Giacomo Leopardi, attraverso la memoria delle sue opere immortali, ha trasmesso una concezioni “insignificante” dell’essere umano da un punto di vista strettamente legato al suo pessimismo e alla concezione della morte. Il suo sentire dentro di sé una profonda e logorante vecchiaia senza averla mai effettivamente raggiunta, dimostra quanto dolore profondo si celi dietro ai suoi componimenti poetici in realtà.

Per l’autore i sogni divengon un modo per guardare in faccia la realtà e accettarne il destino, contro i desideri di un universo idealizzato, ma privo di riscontri nel contesto sociale vissuto. Forse uno dei pochi autori che si immerge a capofitto in tale ricerca, senza nascondere mai la sua corrente pessimista, causa di una vita travagliata e per molti aspetti infelice.

Indimenticabile è il frutto della sua teoria sul fanciullo esistente in ognuno di noi, che viene progressivamente sostituito da quell’età adulta che, in parte, tutto sovrasta a causa delle esperienze personali vissute.