Home Poesia Poesie Montale

Poesie Montale



Eugenio Montale è stato un poeta e uno scrittore italiano, nato a Genova il 12 ottobre 1896 e deceduto a Milano in 12 settembre 1981, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1975.

La sua formazione è per lo più autodidatta soprattutto a casua della sua salute cagionevole, nutrendo un forte interesse verso la letteratura libera dai condizionamenti. Gli stessi autori a cui si appassiona sono Dante, Petrarca, Boccaccio e D’Annunzio, affermando più volte, durante il corso della sua carriera d’aver attraversato questi autori per trarre ispirazione.

Il terreno in cui D’Annunzio getta le basi della sua carriera sono le stesse terre dove era solito trascorrere le vacanze con i genitori, Monterosso al Mare e le Cinque Terre, nella Liguria.

Nel 1917, a seguito di ben quattro visite mediche, fu dichiarato idoneo per il servizio militare e arruolato così nel 23° fanteria a Novara.

Al termine della guerra Montale si trasferì a Firenze, nel 1927, per il lavoro di redattore ottenuto presso l’editore Bemporad. Nel nel 1933 conobbe l’italianista americana Irma Brandeis, con cui avviò storia d’amore, cantandola con il nome di Clizia in molte poesie confluite ne “Le occasioni”.

Dal 1948 in poi decise di trascorrere l’ultima parte della vita a Milano, dove diventò redattore del Corriere della Sera e critico musicale per il “Corriere d’informazione”.

Il 23 luglio 1962 si unì in matrimonio con Drusilla Tanzi, con la quale aveva convissuto dal 1939, morta tuttavia durante lo scorrere dello stesso anno.

Montale morì a Milano durante la sera del 12 settembre 1981, nella clinica San Pio X dove si trovava ricoverato a causa di una vasculopatia cerebrale.

I funerali di Stato furono celebrati due giorni dopo nel Duomo di Milano.

Fu tumultato accanto alla moglie Drusilla, nella periferia di Firenze, nel cimitero accanto alla chiesa di San Felice a Ema.

 

POESIE PIU’ FAMOSE DI EUGENIO MONTALE

SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO

 (dalla raccolta Ossi di seppia, 1925)

 

Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

 

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

I LIMONI

(dalla raccolta Ossi di seppia, 1925)

 

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.

lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

 

Meglio se le gazzarre degli uccelli

si spengono inghiottite dall’azzurro:

più chiaro si ascolta il susurro

dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,

e i sensi di quest’odore

che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.

Qui delle divertite passioni

per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza

ed è l’odore dei limoni.

 

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s’abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

nel mezzo di una verità.

Lo sguardo fruga d’intorno,

la mente indaga accorda disunisce

nel profumo che dilaga

quando il giorno più languisce.

Sono i silenzi in cui si vede

in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbata Divinità.

 

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo

nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra

soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.

La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta

il tedio dell’inverno sulle case,

la luce si fa avara – amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

 

HOO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE

(dalla raccolta Xenia II, 1964-1966)

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

AVEVAMO STUDIATO PER L’ALDILA’

(dalla raccolta Xenia 1, 1964-1966)

 

Avevamo studiato per l’aldilà

un fischio, un segno di riconoscimento.

Mi provo a modularlo nella speranza

che tutti siamo già morti senza saperlo.

 

Non ho mai capito se io fossi

il tuo cane fedele e incimurrito

o tu lo fossi per me.

Per gli altri no, eri un insetto miope

smarrito nel blabla

dell’alta società. Erano ingenui

quei furbi e non sapevano

di essere loro il tuo zimbello:

di esser visti anche al buio e smascherati

da un tuo senso infallibile, dal tuo

radar di pipistrello.

 

CIGOLA LA CARRUCOLA DEL POZZO

(dalla raccolta Ossi di seppia, 1925)

 

Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

 

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

 

PRIMA DEL VIAGGIO

(dalla raccolta Satura, 1962-1970)

 

Prima del viaggio si scrutano gli orari,

le coincidenze, le soste, le pernottazioni

e le prenotazioni (di camere con bagno

o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);

si consultano

le guide Hachette e quelle dei musei,

si scambiano valute, si dividono

franchi da escudos, rubli da copechi;

prima del viaggio si informa

qualche amico o parente,si controllano

valigie e passaporti, si completa

il corredo, si acquista un supplemento

di lamette da barba, eventualmente

si dà un’occhiata al testamento, pura

scaramanzia perché i disastri aerei

in percentuale sono nulla;

prima

del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che

il saggio non si muova e che il piacere

di ritornare costi uno sproposito.

E poi si parte e tutto è OK e tutto

è per il meglio e inutile.

 

E ora che ne sarà

del mio viaggio?

Troppo accuratamente l’ho studiato

senza saperne nulla. Un imprevisto

è la sola speranza. Ma mi dicono

che è una stoltezza dirselo.

 

CHISSA’ SE UN GIORNO BUTTEREMO LE MASCHERE

(da Quaderno di quattro anni, 1977)

 

Chissà se un giorno butteremo le maschere

che portiamo sul volto senza saperlo.

Per questo è tanto difficile identificare

gli uomini che incontriamo.

Forse fra i tanti, fra i milioni c’è

quello in cui viso e maschera coincidono

e lui solo potrebbe dirci la parola

che attendiamo da sempre. Ma è probabile

che egli stesso non sappia il suo privilegio.

Chi l’ha saputo, se uno ne fu mai,

pagò il suo dono con balbuzie o peggio.

Non valeva la pena di trovarlo. Il suo nome

fu sempre impronunciabile per cause

non solo di fonetica. La scienza

ha ben altro da fare o da non fare.

 

Noi tutti possiamo affermare di essere cresciuti in un percorso scolastico assieme alle opere di Eugenio Montale, ai suoi amletici dubbi, ai suoi punti incerti.

L’intera carriera del poeta è contrassegnata e distinta da un’incertezza che impedisce di cogliere il senso più profondo della vita, arrivando a sfiorarlo appena, senza mai poter essere raggiunto.

Le sue opere maggiori possono essere racchiuse in quattro grandi sezioni, quali:

 

“Movimenti”,dove troviamo il tema del mare si scontra con la terra, la natura contro la città, infanzia contro la maturità, ecc.

“Ossi di seppia”, dove viene descritta la scabrosità dell’umanità.

“Mediterraneo”,  una sorta di poemetto.

“Meriggio e Ombre”, la sezione più lunga, scritta durante il periodo del fascismo.

La seconda raccolta è “Occasioni”, scritta a Firenze.

La terza raccolta è intitolata “La Bufera e altro”, pubblicata nel 1956 e rappresenta la sua composizione più ricca.

In seguito lo stesso autore preferì il silenzio, persino sulla sua tanto amata poesia, che altro che non era divenuta che un genere commerciale, ed è proprio questo che riesce a trasmettere Montale, il suo essere così attuale nonostante l’epoca passata.



CONDIVIDI