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Poesie sul Mare



Sono moltissime le composizioni poetiche pervenute sino ai giorni nostri rivolte al mare. Una vasta distesa di acqua salata, idrograficamente connessa con un oceano, che lambisce le coste sia di isole che di terre continentali.

Specchio dove ritroviamo la vita e burrasca in tempesta, porto di ogni marinaio e casa per ogni pescatore. Amato sia d’inverno che d’estate, temuto e desiderato, parte integrante in ognuno di noi. Per lui, in suo onore, abbiamo raccolto una serie di poesie fra le più belle di sempre.

 

POESIE PIU’ FAMOSE SUL MARE

“Al di là” FERNANDO PESSOA

Al di là del porto

c’è solo l’ampio mare…

Mare eterno assorto

nel suo mormorare…

 

Come è amaro stare

qui, amore mio…

Guardo il mare ondeggiare

e un leggero timore

 

prende in me il colore

di voler avere

una cosa migliore

di quanto sia vivere…

 

Para além do porto

Ha só o ampio mar…

Mar eterno absorto

No seu murmurar…

 

Que amargo o estar

Aqui, meu amor…

Olho o mar a ondear

E um ligeiro pavor

 

Toma em mim a cor

De desejar ter

Qualquer cousa melhor

Que quanto è viver…

 

JACQUES PREVERT- In estate come in inverno

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

Accanto a lui un imbecille

un signore che ne ha

tristemente pesca con la lenza

Egli non sa perché

vedendo passare una chiatta

la nostalgia lo afferra

Anch’egli vorrebbe partire

lontano lontano sull’acqua

e vivere una nuova vita

con un po’ di pancia in meno.

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

Il bravo pescatore con la lenza

torna a casa senza un sol pesce

Apre una scatoletta di sardine

e poi si mette a piangere

Capisce che dovrà morire

e che non ha mai amato

Sua moglie lo compatisce

con un sorriso ironico

E’ una ignobile megera

una ranocchia d’acquasantiera.

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

Sa bene che i battelli

son grandi topaie sul mare

e che per i bassi salari

le belle barcaiole

e i loro poveri battellieri

portano a spasso sui fiumi

una carrettata di figli

soffocati dalla miseria

in estate come in inverno

con non importa qual tempo.

 

ALBERT CAMUS – MEDITERRANEO

Nel vuoto sguardo dei vetri, ride il mattino

Con tutti i suoi denti azzurri e scintillanti,

Gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.

Ragazze dalle braccia nude stendono panni.

Un uomo; dietro una finestra, il binocolo in mano.

 

Mattino chiaro dagli smalti marini,

Perla latina dalle liliali lucentezze:

Mediterraneo.

II°

(…)

Rassicurante passato, oh, Mediterraneo!

Sulle tue rive ancora voci trionfano che si son taciute,

ma che affermano poiché ti hanno negato!

(…)

Mediterraneo! E’ fatto per noi il tuo mondo,

l’ uomo si unisce all’ albero e in essi l’ Universo

recita camuffato

La commedia della Sezione Aurea.

Dall’ immensa semplicità senza scosse

Scaturisca la pienezza,

Oh natura che non conosci salti!

Dall’ ulivo al Mantovano, dalla pecora al pastore,

nient’ altro che l’ indicibile comunione dell’ immobilità.

Virgilio intreccia i rami, Melibeo conduce a pascolare.

Mediterraneo!

III°

Alla sera che sopraggiunge, la giacca in spalla

Egli apre la porta –

Lambito dai riflessi della fiamma, l’ uomo attraversa la sua

Felicità e si dissolve nell’ ombra.

Così gli uomini torneranno su questa terra, sicuri

D’ essere perpetuati.

Più esausti che infastiditi di aver saputo.

Nei cimiteri marini sola è l’ eternità.

Là, l’ infinito s’ affatica ai funebri fusi.

Non trema la terra latina.

E come il tizzone dissonante volteggia

Nell’ apparenza immobile d’un cerchio,

Indifferente, l’ inaccessibile ebbrezza della luce appare.

Ma ai suoi figli, questa terra  apre le braccia e fa sua

La loro carne,

Pregni, questi si sbramano del sapore segreto

Della trasformazione – lentamente l’ assaporano

A mano a mano che la scoprono

IV°

E presto, ancora e dopo, i denti, i denti

Azzurri e scintillanti.

Luce! Luce! È in lei che l’ uomo si compie.

Polvere di sole, scintillio d’ armi,

Essenziale principio dei corpi e dello spirito,

In te i mondi s’ affinano e si umanizzano,

In te noi ci rendiamo e i nostri dolori si elevano.

Incombente antichità

Mediterraneo, oh, mar Mediterrane!

Soli, nudi, privi di segreti, i tuoi figli attendono la morte.

La morte te li renderà, puri, finalmente puri.

 

HEINRICH HEINE – Come un’orma sulla sabbia

Prima di noi sugli stessi albereti

è passato il vento, quando c’era vento,

e le foglie non parlavano

in maniera diversa da oggi.

Passiamo e ci agitiamo invano.

 

Non facciamo più rumore al mondo

di quanto ne facciano le foglie degli alberi

o i passi del vento.

 

Tentiamo dunque con costante abbandono

d’offrire il nostro sforzo alla Natura

e di non chiedere più vita

di quella dei verdi alberi.

 

Inutilmente sembriamo grandi.

 

Ma eccetto noi, niente al mondo

proclama la nostra grandezza

né ci serve se non la desideriamo.

 

Se qui, vicino al mare, con tre ondate

la mia orma sulla sabbia il mare cancella,

che farà sull’altra spiaggia

dove il mare è il tempo?

 

WOLFGANG GOETHE – IL PESCATORE

L’acqua frusciava, l’acqua cresceva,

un pescatore stava sulla riva,

tranquillo, intento solo alla sua lenza,

ed era tutto freddo, anche nel cuore.

E mentre siede e ascolta,

si apre la corrente:

dall’acqua smossa affiora

una donna grondante.

A lui essa cantava, a lui parlava:

“Perchè tu attiri con astuzia umana,

con umana malizia, la mia specie

su alla luce che la ucciderà?

Ah, se sapessi come son felici

i miei piccoli pesci là sul fondo,

anche tu scenderesti, come sei,

e solo là ti sentiresti sano.

Non si ristora forse il dolce sole

nel mare, e così anche la luna?

Il loro volto, respirando l’onda,

non risale più bello?

Non ti alletta il cielo profondo,

l’azzurro che nell’acqua trascolora?

E il tuo volto stesso non ti chiama

quaggiù, nell’immutabile rugiada?”.

L’acqua frusciava l’acqua cresceva,

e a lui lambiva il piede.

Il cuore si gonfiò di nostalgia,

come al saluto della sua amata.

A lui essa cantava, a lui parlava,

e per lui fu finita:

un pò lei lo attirava, un pò lui scese,

e non fu più veduto.

 

HEINRICH HEINE – CREPUSCOLO

Sulla pallida spiaggia giacevo,

solitario dai tristi pensieri.

Declinava al tramonto nel mare

il sole, gettando sull’acqua

vivi sprazzi di porpora ardente;

ed i candidi flutti lontani,

sospinti dall’alta marea,

venivan spumando frusciando

più presso, più presso…

Uno strano gridare, un brusìo

e sibili e murmuri e risa,

un sospirare, un ronzare:

e, frammezzo, un sommesso cantare

di cune dondoleggiate.

Riudir mi parea le obliate

leggende, le fiabe soavi

di tempi remoti, che bimbo

mi seppi dai bimbi d’accanto,

allor che nei vesperi estivi

ci acquattavam sui gradini

dinanzi alla porta di casa

per cinguettarci sommessi

le storie, coi piccoli cuori

protesi in ascolto, con gli occhi

astuti di curiosità,

mentre le bimbe più grandi,

dalle finestre di fronte,

tra vasi olezzanti di fiori

sporgevano i volti di rosa

ridenti alla luce lunare.