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Poesie Trilussa



Dall’anagramma del suo nome, Carlo Alberto Camillo Mariano, Trilussa è ricordato come un poeta, uno scrittore e un giornalista, noto per i suoi componimenti in dialetto romanesco, la sua terra natia. Nato per l’appunto a Roma il 26 ottobre del 1871, morì nella stessa città il 21 dicembre del 1950.

Nel 1877 la madre iscrisse Carlo alle scuole municipali San Nicola, dove frequentò la prima e la seconda elementare. Nell’ottobre del 1880, sostenne l’esame per essere ammesso al Collegio Poli dei Fratelli delle scuole cristiane, non superandolo a causa di una sottrazione di matematica. L’episodio lo portò ad abbandonare gli studi, complice la sua negligenza, mentre lo zio e il professor Chiappini insistettero per la sua formazione.

All’età di sedici anni, presentò a Giggi Zanazzo, poeta dialettale direttore del Rugantino, un suo componimento in cui si ponevano critiche alla stampa contemporanea, chiedendone poi la pubblicazione. Al momento della sua pubbicazione lo pseudonimo Trilussa comparve per la prima volta in calce nel 1887.

Tra le tante poesie stampate dallo stesso giornale riscossero un grande successo le “Stelle de Roma”, una serie di circa trenta madrigali, in omaggio alle più belle ragazze della città. Le critiche successive che si scagliarono contro il poeta lo accusarono di amalgamare il romanesco all’italiano. La collaborazione con il Rugantino diminuì dopo la pubblicazione della sua prima opera, l’almanacco Er Mago de Bborgo Lunario pe’ ‘r 1890. Dopo avariate collaborazioni con altri periodi Trilussa scrisse per Don Chisciotte della Mancia, un quotidiano di diffusione nazionale, dove alternò articoli satirici che prendevano di mira la politica di Crispi. Per il giornale di Luigi Arnaldo Vassallo, tra il 1885 e il 1899, Trilussa si cimentò come favolista: dodici le favole del poeta che comparvero sul Don Chisciotte, la prima tra queste La Cecala e la Formica, pubblicata il 29 novembre 1895. Trilussa divenne il proimo autore a rimodernizzare il contesto delle favole.

Durante il periodo del fascismo Trilussa, reduce di un grande successo, rifiutò di tesserarsi a suo favore, senza però poter schierarsi contro di esso, ma preferendo la frequentazione dei salotti letterari.

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nominò Trilussa senatore a vita, nel giorno del 1 dicembre 1950, una ventina di giorni prima della sua morte.

Morì a 79 anni, anche se preferiva ammetterne di averne sempre 73.

Si trova attualmente sepolto nello storico Cimitero del Verano in Roma, mentre sulla sua tomba in marmo è scolpito un libro, sul quale è incisa la poesia Felicità.

 

LE PIU’ BELLE POESIE DI TRILUSSA

CARITA’ CRISTIANA

Er Chirichetto d’una sacrestia

sfasciò l’ombrello su la groppa a un gatto

pe’ castigallo d’una porcheria.

— Che fai? – je strillò er Prete ner vedello

— Ce vò un coraccio nero come er tuo

pe’ menaje in quer modo… Poverello!…

— Che? — fece er Chirichetto — er gatto è suo? —

Er Prete disse: — No… ma è mio l’ombrello!-

 

FELICITA’

C’è un’ape che se posa

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

Tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa.

 

LA DIPROMAZZIA

Naturarmente, la Dipromazzia

è una cosa che serve a la nazzione

pe’ conservà le bone relazzione,

co’ quarche imbrojo e quarche furberia.

 

Se dice dipromatico pe’ via

che frega co’ ‘na certa educazzione,

cercanno de nasconne l’opinione

dietro un giochetto de fisonomia.

 

Presempio, s’io te dico chiaramente

ch’ho incontrato tu’ moje con un tale,

sarò sincero, sì, ma so’ imprudente.

 

S’invece dico: – Abbada co’ chi pratica…

Tu resti co’ le corna tale e quale,

ma te l’avviso in forma dipromatica.

 

IL TESTAMENTO DI UN ALBERO

Un Albero di un bosco

chiamò gli uccelli e fece testamento:

— Lascio i fiori al mare,

lascio le foglie al vento,

i frutti al sole e poi

tutti i semi a voi.

A voi, poveri uccelli,

perché mi cantavate le canzoni

nella bella stagione.

E voglio che gli sterpi,

quando saranno secchi,

facciano il fuoco per i poverelli.

Però vi avviso che sul mio tronco

c’è un ramo che dev’essere ricordato

alla bontà degli uomini e di Dio.

Perché quel ramo, semplice e modesto,

fu forte e generoso: e lo provò

il giorno che sostenne un uomo onesto

quando ci si impiccò.

 

L’ANGELO INFURBITO

Un lupo che beveva in un ruscello

vidde, dall’ antra parte de la riva,

l’ immancabbile Agnello.

-Perché nun venghi qui? – je chiese er Lupo –

L’acqua, in quer punto, é torbida e cattiva

e un porco ce fa spesso er semicupio.

Da me, che nun ce bazzica er bestiame,

er ruscelletto è limpido e pulito… –

L’ Agnello disse: – Accetterò l’ invito

quanno avrò sete e tu nun avrai fame.

 

L’OMO E LA SCIMMIA

L’ Omo disse a la Scimmia:

-Sei brutta , dispettosa:

ma come sei ridicola!

ma quanto sei curiosa!

Quann’ io te vedo, rido:

rido nun se sa quanto!…

 

La Scimmia disse : – Sfido!

T’ arissomijo tanto!

 

L’EROE AL CAFFE’

È stato al fronte, sì, ma col pensiero,

però ti dà le spiegazioni esatte

delle battaglie che non ha mai fatte,

come vi fosse stato per davvero.

 

Dovresti vedere come combatte

nelle trincee d’Aragno ! Che guerriero!

Tre sere fa , per prendere il Montenero,

ha rovesciato il bricco del latte!

 

Col suo sistema di combattimento

trova ch’è tutto facile: va a Pola,

entra a Trieste e ti bombarda Trento.

 

Spiana i monti, sfonda, spara, ammazza…

— Per me — borbotta — c’è una strada sola…

E intinge i biscotti nella tazza.

 

L’INCARICO E LA VOLPE

La vorpe, ner compone un ministero,

chiamò tutte le bestie, meno er Porco:

– Un portafojo a quello ? Ah no davvero !

– dice – Nun ce lo vojo. E’ troppo sporco.

 

– E defatti pur’io lo stimo poco

-je disse er Cane – e nu’ je do importanza:

ma un Majale ar Governo po fa’ gioco

p’ave’ l’appoggio de la maggioranza…

 

ER PRIMO PESCECANE

Doppo ave’ fatto l’Arca

Noe’ disse a le Bestie:-Chi s’imbarca

forse se sarvera’, ma chi nun monta

si’ e no che l’aricconta.

Perche’ fra pochi giorni, er Padreterno,

che s’e’ pentito d’ave’ fatto er monno,

scatenera’ un inferno

pe’ rimannacce a fonno.

Avremo da resta’ sei settimane

tutti sott’acqua: e, li’, tocca a chi tocca!-

Ogni bestia tremo’. Ma un Pescecane

strillo’:-Viva er Diluvio!- E apri’ la bocca.

 

Il poeta Trilussa godette di grande fama fino ad essere poi dimenticato con il passare del tempo, quanto meno al di fuori delle mura della sua città natale Roma. Tornato alle luci della ribalta grazie ad una fiction Rai di qualche tempo fa, le opere del poeta hanno riportato i temi dissacranti dei suoi componimenti alla ribalta, esaltando forse anche un pò quella che è la nostra attuale situazione politica e sociale, in cui anche i valori sembrano ormai perduti o sulla strada dell’estinzione.